Tutta colpa del web! Gli italiani e la medicina in rete, intervista a Eugenio Santoro

“Il dottore mi ha prescritto un sito web”. Immaginate se qualche vostro amico o parente vi dicesse questa frase: pensereste che abbia le idee un po’ confuse.

Oggi sempre più pazienti cercano in rete soluzioni ai loro problemi e da bravi tuttologi del web, spesso andiamo dritti in farmacia o dal medico per farci prescrivere quel farmaco o quell’integratore di cui abbiamo letto su quel determinato blog. Ma ci interroghiamo sull’attendibilità di quello che leggiamo? Fino a qualche anno fa si diceva “è tutta colpa della televisione”, oggi per analogia potremmo dire “è tutta colpa del web!”. Quanto di più sbagliato. La chiave di volta sta nell’utilizzo consapevole del web e dei social network. Ne abbiamo parlato con il dott. Eugenio Santoro, responsabile del laboratorio di informatica medica dell’Istituto Mario Negri ed esperto del rapporto tra internet, salute e medicina.

Tre cose che un farmacista deve tenere sempre presente nella comunicazione con i pazienti.

Pazienza, professionalità e quello che oggi definiamo engagement, cioè il coinvolgimento del paziente, ascoltarlo e immedesimarsi.

Tre cose che un paziente deve tenere presente quando cerca informazioni su benessere, farmaci, cure o altro in rete.

I pazienti devono tener presente la qualità e l’attendibilità di quello che leggono, chiedersi da quale sito stanno apprendendo informazioni e non fermarsi semplicemente al post di un paziente che condivide la propria esperienza. Inoltre è importante riconoscere eventuali conflitti d’interesse e definire bene la voce di chi sta parlando.

Nel rapporto “Digital Health: pazienti al centro e medici sempre più attivi nella ricerca di informazioni” si parla dell’importanza degli strumenti digitali per gestire al meglio le terapie. Cosa pensa delle startup presenti nel settore dell’heath care?

Riconosco lo sforzo di molte startup che di fatto stanno colmando un vuoto nella comunicazione con gli utenti finali, cioè con i cittadini. C’è bisogno di maggiore consapevolezza da parte di medici, farmacisti, istituzioni circa le potenzialità di questi strumenti.

Facebook, twitter, blog, communities: quale di questi canali viene utilizzato meglio? Quale tra questi non sfrutta a pieno le proprie potenzialità?

Nessuno di questi strumenti è utilizzato al meglio, per diverse ragioni: persiste un problema culturale e spesso mancano le giuste competenze perché non si conoscono le esigenze di chi c’è dall’altra parte. Altro discorso per le communities perché danno la possibilità di confrontarsi “tra pari”, quindi è un’ottima opportunità sia per i pazienti che per i professionisti che possono trarre informazioni utili.

Come i social network si sono evoluti da quando ha iniziato a fare ricerca?

Molti sono gli aspetti positivi: la possibilità di condividere foto, la geolocalizzazione che consente di individuare i servizi, la possibilità di dare suggerimenti e raccontare le proprie esperienze. L’aspetto negativo, di contro, è quello relativo alla privacy: molti temono che i propri dati vengano divulgati, cosa che risulta essere vera dal momento che sia continuamente “profilati”.

Crede che la comunicazione dei canali istituzionali sia efficace?

Ritengo che la comunicazione istituzionale in Italia sia del tutto inefficace. Si potrebbe fare molto di più soprattutto sul fronte della comunicazione della salute e riempire un vuoto che in questo momento c’è e che altri stanno colmando in modo più o meno corretto. Si può e si deve fare di più nella promozione della salute e nella prevenzione delle malattie, ma le potenzialità di questi strumenti non sono ancora colte a pieno.

Prospettive future della comunicazione digitale.

Qui andiamo nel campo della digital health, penso alla possibilità di interagire con il proprio medico attraverso un video, per esempio. Quando parliamo di comunicazione e di servizi digitali il discorso si fa più delicato perché sono necessarie delle prove che dimostrino che questi strumenti siano efficaci e vantaggiosi anche dal punto di vista economico. Mi riferisco alla telemedicina: deve essere giustificato il lavoro di chi c’è dietro e interagisce attraverso le tecnologie.

Carepy e la ricerca: come vede questo binomio?

Servizio e ricerca vanno di pari passo. Ben venga tutto quello che migliora il rapporto con il paziente e nel contempo aumenta il bacino di dati che permettono di fare ricerca. In poche parole aumenta l’aderenza alla terapia, argomento principe soprattutto quando si parla di malattie croniche. Più dati ho che mi permettono di tracciare il consumo di farmaci, più riesco ad attivare dei meccanismi che rendano il paziente aderente alla terapia.

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